27 Gennaio – Le donne italiane e il fenomeno della Shoah

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27 gennaio
Cattura schermo video Youtube (Le bambine sopravvissute ad Auschwitz grazie alla loro somiglianza: la storia delle sorelle Bucci)
La data del 27 Gennaio rappresenta un giorno assai importante nel corso della storia. Nonostante se ne sia parlato anche in altri articoli, questo argomento non cesserà mai di essere ricordato e trattato poiché fa parte della nostra storia ed è di vitale importanza educare le generazioni future.

 

Si tratta del 27 Gennaio 1945, la giornata della memoria. Nel seguente articolo, mi concentrerò sulla posizione dell’Italia in quel periodo, ma soprattutto sulle donne che hanno vissuto la terribile esperienza dei campi di concentramento.

Le origini dell’antisemitismo in Germania

Questa parola sta alla base del Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler. Il partito, come tutti gli altri del resto, aveva dei pilastri su cui era costruito, delle basi, dei principi. Prendiamo ad esempio il partito comunista: aveva alla base le idee marxiste con la valorizzazione del proletariato. Quello tedesco, invece, aveva alla base le idee di Hitler scritte nel suo libro “Mein Kampf” (La mia battaglia) tra le quali quella del ritorno al vecchio splendore della Germania e l’antisemitismo. Quest’ultimo ha rappresentato un vero e proprio orrore per la popolazione ebrea perché è stata la vittima dell’odio tedesco.

L’antisemitismo in Italia

Questo fenomeno non era molto frequente tra gli Italiani, infatti nel 1933 la comunità ebraica italiana contava circa 50.000 membri. Nonostante vi fossero alcuni fanatici antisemiti tra i capi del Partito Fascista, fino al 1938 gli Ebrei hanno potuto usufruire di una maggiore libertà e per questo hanno potuto iscriversi anche al Partito Fascista.

La libertà è durata fino a questa data perché Mussolini, obbligato dalle circostanze, ha dovuto promulgare le leggi razziali per mantenere il Patto d’Acciaio con la Germania. Nel 1943 le autorità tedesche aprono dei campi di transito, dove concentrano gli Ebrei prima della deportazione. Generalmente queste operazioni non hanno avuto il successo sperato, in parte grazie al fatto che spesso le autorità italiane e il Vaticano hanno avvertito per tempo gli Ebrei delle intenzioni dei Tedeschi.


Le donne italiane 

1. Liliana Segre

Liliana Segre è nata a Milano il 10 settembre del 1930. Essendo di origini ebraiche, subisce l’espulsione dalla scuola all’età di 8 anni a causa delle leggi razziali entrate in vigore in Italia. Il 1943 è l’anno in cui Liliana assieme al padre tenta la fuga in Svizzera, ma vengono arrestati dalle guardie di frontiera, e lei resta nel carcere di San Vittore, a Milano, per 40 giorni.

Liliana ha solo 13 anni quando entra nel campo di concentramento di Auschwitz assieme ad altri 776 bambini e non rivedrà mai più il proprio padre. Le viene tatuato sul braccio il numero di matricola “75190”  e lavora per quasi un anno nella produzione delle munizioni, poi viene trasferita in un altro campo di concentramento a nord della Germania. Liliana Segre viene liberata il 1° maggio del 1945.

Durante i primi anni ’90, decide di raccontare la sua esperienza da prigioniera agli alunni dei vari istituti scolastici. Nel 2018 è stata nominata senatrice a vita dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per aver illustrato la Patria con onore. Possiamo conoscere meglio la sua esperienza, nei libri da lei pubblicati: “Fino a quando la mia stella brillerà”; e  “La memoria rende liberi”.

Fummo scelti per la vita in 128. Il mio numero 75190 non si cancella: è dentro di me. Sono io il 75190. I lager nazisti erano isole circondate dal silenzio. Il silenzio della chiesa, i cui vertici non denunciarono mai. E li su quelle strade, io ho visto un corteo di fantasmi in marcia. Come abbiamo fatto non lo so: forse era quella che chiamano la forza della disperazione. – Liliana Segre


2. Lidia Beccaria Rolfi

Lidia Beccaria Rolfi nasce a Mondovì l’8 Aprile del 1925 in una famiglia di contadini. Ha trascorso la sua infanzia serenamente ma indottrinata dalla propaganda fascista. E’ la sola della famiglia ad essere entusiasta dell’entrata in guerra dell’Italia, ma presto conoscerà il vero volto della guerra, quando i suoi fratelli gli racconteranno la realtà dei fatti, vale a dire che il vero nemico non è la Russia, bensì la Germania.

Lidia è l’unica della famiglia a proseguire gli studi, infatti si diploma e riceve la prima nomina di maestra elementare nel paese di Torrette di Casteldelfino, in Valle Varaita. Compiuti i 18 anni era diventata partigiana nella XV Brigata Garibaldi “Saluzzo”, con il nome di “maestrina Rossana”. La sua vita cambia radicalmente la mattina del 13 marzo, quando viene arrestata dalla Guardia Nazionale Repubblicana a causa della delazione di una spia. Viene condotta a Sampeyre dove, dopo l’interrogatorio, subisce torture, terrorizzata dalle minacce di morte e portata davanti a un plotone di esecuzione.

Lidia resiste alle torture con il dovuto coraggio, finché viene consegnata alla Gestapo e imprigionata per un breve periodo di tempo a Saluzzo per essere poi trasferita nelle carceri Nuove di Torino. Qui l’attesa ha termine quando le viene comunicato che verrà inviata in Germania “per lavoro”. Nella notte tra il 25 e il 26 giugno del 1944 viene caricata su un vagone bestiame insieme ad altre prigioniere di altre nazionalità.

La sera del 30 giugno 1944 Lidia entra nel campo di concentramento di Ravensbruck, l’unico lager nazista per sole donne. In questo campo, Lidia è stata tenuta insieme alle francesi; il loro ambiente non era uno amichevole poiché loro vedevano in Lidia il nemico perché era italiana e gli italiani sono gli alleati della Germania.

Ma la situazione cambiò nel momento in cui, una sera, una delle prigioniere aveva urlato “Bandiera rossa” e Lidia si era unita al canto. Le francesi allora, avevano capito che in realtà Lidia non rappresentava il nemico, bensì un amico. Dopo la fine della guerra è tornata in patria solo nel giugno del 1945. In Italia purtroppo nessuno aveva sentito parlare di Ravensbruck. Dobbiamo tutto a lei se sappiamo la realtà di Ravensbruck e il destino delle donne prigioniere in quel campo. 

  •     «Le donne di Ravensbrück. Testimonianze di deportate politiche italiane», Torino, Einaudi, 1978.
  •     «L’ esile filo della memoria. Ravensbrück, 1945: un drammatico ritorno alla libertà», Torino, Einaudi, 1996,
  •     «Il futuro spezzato. I nazisti contro i bambini», Firenze, Giuntina, 1997

3. Andra e Tatiana Bucci

È la sera del Marzo 1944, Andra e Tatiana Bucci avevano rispettivamente quattro e sei anni quando sono state arrestate. La loro mamma era venuta di corsa a vestirle e a prepararle per il viaggio. Quando sono scese in salotto avevano assistito ad una scena molto tragica e alquanto dolorosa: la nonna si trovava in ginocchio davanti ad un ufficiale delle SS pregandolo di non prendere le bambine, bensì lei. Quasi tutta la famiglia è stata portata, prima di tutto, in un magazzino nella periferia di Fiume, dopodiché in un campo di transito a Trieste e poi deportate nel campo di sterminio Auschwitz in un vagone bestiame.

Qui le due bambine hanno ricevuto il tatuaggio con il numero di matricola e sono state portate nella cosiddetta “baracca dei bambini”. La loro mamma le visitava ogni volta che riusciva e  raccomandava loro di non rispondere mai alla domanda “Chi vuole visitare la sua mamma?”.

La risposta rappresentava una morte sicura, perciò le due bambine, qualsiasi volta che sentivano questa domanda, rimanevano in silenzio. Essendo molto piccole, non capivano la gravità della situazione, a differenza degli adolescenti oppure degli adulti. Ma dopo essere state liberate, e con il tempo, hanno capito il grande pericolo al quale sono state sottoposte (le camere a gas, i forni crematori etc.).

I ricordi di quei tempi fanno molto male, ma quello più doloroso fra tutti è quello della madre: poiché era dimagrita moltissimo e aveva i capelli molto corti, non la riconoscevano più e per questo rifiutano ogni contatto fisico con lei.

Oggi Andra e Tatiana sono nonne molto felici, hanno ricostruito passo dopo passo le loro vite ma non dimenticano quello che hanno passato e continuano a raccontare la loro storia con lo scopo di educare, affinché ciò che è accaduto nel passato non succeda mai più.

“É un segno che in fondo ce l’abbiamo fatta, che siamo riuscite ad uscirne – Abbiamo vinto noi, che siamo rimaste, che siamo tornate, che raccontiamo.”

Non siamo solo sopravvissute. Abbiamo vissuto: siamo state in grado di costruirci una vita, una bella vita. Questo per noi è importantissimo, perché è un messaggio di speranza. – Andra e Tatiana Bucci


Fonti:

Se vuoi scoprire più dettagli sull’importanza del 27 Gennaio, leggi quest’articolo: Giorno della memoria- 27 Gennaio

 

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